Credito avaro
Perché ora Draghi deve scacciare dall’Eurozona tutti quei prezzi funerei
Caro Mario, presto che è tardi. Se il livello dei prezzi nell’area dell’euro non subirà già oggi una scossa verso l’alto, allora le vie verso una deflazione generalizzata (e quindi prezzi che scendono in terreno negativo) rischiano davvero di diventare infinite. Le previsioni degli analisti finanziari, negli ultimi giorni, hanno dato vita a un coro quasi unanime: il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, dovrà intervenire tornando a manovrare in senso espansivo le leve della politica monetaria.

Caro Mario, presto che è tardi. Se il livello dei prezzi nell’area dell’euro non subirà già oggi una scossa verso l’alto, allora le vie verso una deflazione generalizzata (e quindi prezzi che scendono in terreno negativo) rischiano davvero di diventare infinite. Le previsioni degli analisti finanziari, negli ultimi giorni, hanno dato vita a un coro quasi unanime: il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, dovrà intervenire tornando a manovrare in senso espansivo le leve della politica monetaria. Innanzitutto perché è stato lui stesso, nelle ultime apparizioni ufficiali, a far intendere che la riunione del Consiglio direttivo della Bce di oggi sarebbe stata quella decisiva, e sarebbe preferibile non testare un cambiamento dell’ultimora. Soprattutto, però, pesano gli ultimi dati in arrivo dall’area della moneta unica, dati (sfortunatamente) convincenti. Il New York Times, in una lunga inchiesta pubblicata ieri, raccontava questi numeri partendo dal listino prezzi di un salone di bellezza di Atene: dove un taglio di capelli costava 30 euro alla vigilia della crisi e quattro anni dopo costa 7 euro. Il sollievo per il consumatore è soltanto apparente, ovvio: il calo dei prezzi infatti non è dettato da una sana concorrenza, ma piuttosto da una sfida al ribasso innescata dalla domanda che è venuta a mancare. Il taglio di capelli costa meno perché diminuisce il numero di persone disposte a spendere per rifarsi l’acconciatura. Qualcuno magari, più fortunato perché un reddito comunque l’ha mantenuto, attende perché il prezzo scenda ancora, e così il salone di bellezza chiude e si trasferisce in uno scantinato. Ecco, in carne e ossa, il circolo vizioso della deflazione. Le statistiche ufficiali sulla ripresa che arranca e i prezzi che si raffreddano sono più aride del reportage in questione, ma dovrebbero bastare per superare le ultime opposizioni rigoriste nel Consiglio direttivo della Bce. Nei paesi che utilizzano la moneta unica, infatti, il livello dei prezzi a maggio è aumentato solo dello 0,5 per cento, in calo dallo 0,7 di aprile e ormai molto distante dall’obiettivo statutario della Bce (“sotto ma vicino il 2 per cento”). Perfino in Germania, paese guida della ripresa, i prezzi sono saliti di un flebile 0,6 per cento a maggio.
Se i proprietari di saloni di bellezza – così come altri imprenditori privati – devono temere il calo dei prezzi, figurarsi gli stati più indebitati dell’Eurozona. Con una crescita anemica e un’inflazione ridotta ai minimi termini, infatti, il rapporto tra debito pubblico e pil nominale (pil reale più inflazione) è impossibile da ridurre. Ma un calo di salari e prezzi nei paesi mediterranei (Italia inclusa) non doveva essere la via maestra per recuperare competitività rispetto alla Germania e ai suoi satelliti? “Un aggiustamento relativo dei prezzi tra i due gruppi di paesi è auspicabile, certo. Ma la Bce deve determinare il livello ottimale a cui far avvenire questo aggiustamento – dice al Foglio Pierpaolo Benigno, esperto di politica monetaria della Luiss – Un recupero di competività dell’Italia e degli altri paesi rispetto a una Germania in cui l’inflazione è al 3 per cento, per esempio, è più fattibile e utile di un aggiustamento come quello attuale”. Dove la Germania ha un’inflazione bassa e dunque gli altri tendono addirittura a cadere in deflazione. Alberto Gallo, analista di Rbs, suggerisce poi di allargare l’analisi ai dati sul credito. Se la “frammentazione” è scomparsa dai mercati finanziari europei, come dimostra l’abbassamento dei rendimenti sui titoli di stato e il rientro dello spread (ieri quello tra Btp e Bund ha chiuso a 169 punti), “nell’economia reale” la musica è un’altra. “Le aziende dei paesi periferici – ha detto ieri Gallo, intervistato dal sito web del Financial Times – si confrontano con un costo del credito bancario che è doppio rispetto a quello dei paesi core”. Piccole imprese che faticano a finanziarsi diventano un problema enorme nell’Europa bancocentrica: “Le Pmi sono responsabili della creazione di quasi il 90 per cento dei posti di lavoro”.
[**Video_box_2**]Annunci e numeri, dunque, convergono: un intervento di Draghi, oggi, più che possibile è probabile. Sulle modalità dell’intervento c’è minore certezza. La mossa più attesa e meno controversa è un taglio dei tassi d’interesse: sia di quello principale di rifinanziamento (già oggi al minimo storico dello 0,25 per cento), sia di quello sui depositi delle banche private presso la Bce (oggi a zero). Se quest’ultimo tasso scendesse sotto lo zero, gli istituti di credito sarebbero costretti a pagare un po’ per parcheggiare il loro denaro nel caveau di Draghi: un modo, insomma, per incentivare i prestiti all’economia reale. Oltre che per cominciare a indebolire l’euro, troppo forte rispetto al dollaro americano, che a oggi penalizzerebbe almeno in parte le aziende esportatrici.
Un’altra opzione (affiancabile alla prima) è quella di un’ulteriore iniezione di liquidità per le banche (dopo i mille miliardi di euro introdotti nel sistema tra 2011 e 2012), questa volta a scadenza piuttosto lunga, magari quattro anni. Soprattutto, però, oggi gli analisti auspicano l’esordio ufficiale di un Quantitative easing all’europea, sulle orme delle misure espansive dela Fed. Più che bond statali, la Bce potrebbe acquistare titoli cartolarizzati (Abs, Asset backed securities) per far ripartire il credito alle piccole e medie imprese. Il mercato di Abs in Europa, e soprattutto in Italia, non è così sviluppato: “Ma anche solo annunciare di voler procedere in futuro su questa strada – conclude Benigno – potrebbe incentivare banche e operatori a trasferire credito percorrendo questa strada innovativa”. (mvlp)